Vorrei scrivere un fiume di cose sulla questione del genere.
Ne parlavo stamattina con una filosofa, che ci sta facendo sopra la tesi, e mi si apriva il cuore a sentirla fare certi discorsi, a sentirla ribadire che il fatto di voler negare l'esistenza di questo problema è il modo a suo dire attualmente più feroce con il quale perpetrare la discriminazione.
Ma non ne ho nè la forza nè le energie.
Allora scriviamo solo di uno spot pubblicitario.
E' uno ma ce ne sarebbero almeno una dozzina, e la cosa fa davvero impressione considerando che accendo la tv solo alle 20 per guardare blob, e la spengo un'ora dopo, quando ho finito di cenare, ora durante la quale di solito parliamo d'altro. Quindi non credo di essere vittima di una sovraesposizione.
Ebbene, ve lo ricordate quello spot di un deodorante per ascelle in cui si vedeva una donna che in autobus alzava il braccio tramortendo il vicino?
Adesso ci siamo evoluti.
Lo spot è così concepito.
Ci sono due sposi.... Sì, due Sposi. Che prima si vedevano citati come tali solo nelle agenzie viaggi. Dicevo, ci sono due sposi che affondano con aria voluttuosa, ma non troppo, in un biancume lenzuoloso. La giovane è ancora chiaramente vestita da sposa.
Il marito comincia con aria ottusa... ehm... assorta a baciarle un braccio. Sale sempre più su, dal polso al gomito, e poi all'ascella. E qui cambio scena, inquadrano il deodorante in oggetto con spiegazione di sottofondo sull'importanza dello stesso. Il tutto in un lento volteggiare di occhi chiusi e aria beata.
Ma non dimenticatevi dell'igiene intima! Cambio scena, la sposa è in mutande, lo sposo ha la testa appoggiata sulla sua pancia con il naso poco più in là dell'ombelico, l'aria estatica e ottusa e gli occhi chiusi. Nel frattempo lei, con mano rigorosamente inanellata, gli accarezza la testa.
Ora, io mi domando:
- ma che bisogno c'è di scomodare una coppia di sposi per parlare di un deodorante?
- ma che bisogno c'è di mostrarli a letto?
- ma che bisogno c'è di farli vedere sempre ad occhi chiusi con aria stordita?
Sorvolando sul fatto che l'immagine finale sembra echeggiare più uno scenario di maternità che di notte di nozze (ma chi sono io per dirlo, che non sono manco sposata?), che mi ha messo addosso uno strano senso di fastidio, come se si volesse esplicitamente suggerire una cosa per poi in realtà condurti verso una completamente diversa, mi ha colpito la totale mancanza di ironia nella descrizione del tutto.
Mi sarei aspettata uno scarto improvviso dopo l'immagine mielosa dell'inizio, con lo sposo che facesse una battuta feroce e la sposa che rispondesse per le rime, per poi magari farli scoppiare a ridere entrambi.
Invece no, è tutto vero. E' tutto serio, soprattutto.
Ma per chi cavolo ci avete preso? Chi diavolo siamo diventati, allora?
Dove eravamo rimasti? Ah, già, agli strilli in dipartimento.
Ebbene, questa settimana nuovo round. Credo che la vetta si sia raggiunta quando mi sono sentita dire che “in 40 anni, una cosa simile non mi era mai capitata”, e di nuovo “non so se lei si rende conto”.
Quel giorno fortunatamente, più che sentirmi umiliata mi sono incazzata di brutto. Naturalmente non ho risposto per le rime, ci mancherebbe.
Acqua in bocca, per carità, non ti azzardare!
Però mi giravano moltissimo le scatole, perchè non mi veniva mostrata una soluzione, mi si diceva solo che stavo facendo malissimo e quanto tutto girasse storto.
Insomma, sono l'ultimissima ruota del carro, sono appena arrivata, non ho esperienza, sono cose che non ho mai fatto, e che prima di me ha fatto una e una sola persona, composti i cui campioni sono spariti, dissolti nel nulla, le cose non vanno nel migliore dei modi e chi dovrebbe Sapere cosa fa? Scuote la testa e mi dice che così non va. Dammi una soluzione, no? Ipotizza, suggeriscimi una strategia, sei tu l'esperto!
Così la sottoscritta, punta nell'orgoglio, si mette a spulciare carte e cosa scopre?
Scopre che innanzitutto le cose che sto facendo io non sono proprio sintesi di routine, che è vero che “in linea generale” queste cose sono state fatte, ma non esattamente queste. Ma è come dire che tante volte nel mondo sono state fatte le crostate, per cui sicuramente la bavarese che stai facendo tu verrà buona.
Poi, facendo un po' di conti sui dati che trovo, cosa scopro? Scopro che il tizio che ha fatto queste cose prima di me ha avuto in ogni passaggio rese più basse delle mie. Scopro che è partito da un quantitativo del mio “reagente costosissimo”, quello che “non ci possiamo permettere di ricomprare”, quello che “qua si sprecano i soldi” maggiore di quello che ho usato io e che non ha avuto un certo problema che io ho avuto e nonostante questo è arrivato al passaggio a cui sono arrivata io con una quantità di prodotto inferiore alla mia.
Di fronte a questa rivelazione mi sono resa conto di qual è stata la mia colpa: ero stata troppo cauta e sincera. Avrei dovuto mostrarmi molto più sicura di me, dichiarare che tutto andava benone (e in effetti, a ben considerare, tutto è andato come doveva andare, come natura vuole che le cose vadano) e ostentare sicurezza.
Invece io tendo a mettere davanti tutti i dubbi. Se ho ottenuto 80 anziché 100 invece di esaltarmi per quell'80 mi faccio mille scrupoli su quel 20 che manca, e perché, e cosa dovrei fare per migliorare e via di questo passo.
Quindi da domani, signori miei, si inaugura l'era della sbruffonaggine (mi dovrò concentrare molto).
Per la serie “allegri siparietti” invece, ecco a voi un tipico discorso da pomeriggio afoso, uno di quelli in cui non mi pento di essere dove sto.
Sento il ragazzo del laboratorio a fianco al mio inveire contro la collega che non chiude bene il rubinetto dell'acqua e sbottare: “Ecco, perché non vengono dette queste cose, invece di prendersela tanto con te”. Quando lo ringrazio per la solidarietà e gli faccio notare che probabilmente la ragione sta nel fatto che al prof dell'acqua sprecata non importa un fico secco, mentre l'articolo che deve pubblicare con la mia roba è un pensiero pressante, quello mi risponde serio “Male! Gliene dovrebbe importare. Anche dell'acqua. Che discorsi!” E se ne va borbottando a proposito di quali siano “i veri sprechi”.
Di solito poi io mi sento un po' meno sola.
Sì, sono ancora viva, non temete.
Avrei gran voglia di parlare di molte cose, ma me ne manca il tempo e i mezzi.
Ho superato un matrimonio (visto quasi dal di dentro) e ho capito tutto quello che non vorrei mai fare. Però è stato bello, nel complesso.
Ho attraversato un'altra settimana sulla corda, ogni tanto mi sento domandare: "tutto bene, sì? sei sicura?". e la risposta è che naturalmente non va tutto bene, ma come si fa a dirlo quando attorno a te sono tutti presi a esortarti a non avere un crollo nervoso.
Arrivo e sorrido, e inghiotto. Ho la pelle più dura di quel che sembra. Quando cominciano ad accorgersene di solito hanno delle strane reazioni di orgoglio ferito, come se li avessi raggirati.
Poi ci sono le conversazioni esilaranti scambiate mentre si fa altro. Quelle per cui ridi anche la sera mentre ti rigiri tra le lenzuola.
E' stata una settimana da urlo. Nel senso che i miei diretti superiori si sono urlati addosso nei corridoi. Scena decisamente non piacevole.
E siccome il motivo del contendere era il mio lavoro, non è che mi trovassi in una posizione particolarmente felice.
Mentre volavano parole grosse io e Vanessa rimanevamo nella stanza a fianco, una guardando per terra con la fronte aggrottata, l'altra fissando fuori dalla finestra con le mani davanti alla bocca.
Lei scuoteva la testa e mormorava parole incoraggianti come: "Mi vien da piangere per te".
Non saprei dire quando e se la maretta sia passata. A salvare il mio equiliubrio psichico è stata la convinzione (ottenuta tramite la ripetizione continua di questa massima) che la mia porzione di colpa fosse relativamente limitata.
Dopo le minacce di scenari apocalittici, il mercoledì mattina ero pronta ad una nuova lavata di capo. Mi sono presentata ostentanto una certa tranquillità ferma. Come ripeteva la prof. B. "le mani addosso non me le metterà", e se c'è da parlare io le argomentazioni le ho, per quanto poco la mia posizione possa valere.
Nuova semi-sfuriata, con scuse parziali, non esplicite, ma si capiva che almeno avevano capito di avere pretese assurde e che "a quanto pare c'è stato un misunderstanding". Io non fiatavo, a parte ripetere che se ritenevano di dovermi vedere più spesso per controllare meglio il mio lavoro per me non c'era alcun problema, anzi. Che tra l'altro è la pura verità. Vengo ammonita a presentarmi due giorni dopo con una serie di risultati. Mi rendo conto da subito che è materialmente impossibile ottenerli, ma me lo tengo per me pensando che comunque non ho intenzione di starmene con le mani in mano, per cui parlerò di quel che ho fatto.
Passata la sfuriata, rimango nello studio del prof. F, il quale mi offre una sedia (poco mancava che estraesse una teiera e mi offrisse una camomilla) e una galletta. Cerca di dire parole incoraggianti, di ridimensionare la cosa, sospira: "te sì grande e intelligente, e te gavarà capìo la situazion". Quello che ho capito io è che sono nella melma. Per dire.
Credo che temesse seriamente per il mio equilibrio psichico, che sarei scoppiata in lacrime, che avessi un crollo nervoso sulla sua scrivania. Comprensibile, per altro, dati i toni dei giorni precedenti.
Venerdì mattina sono di nuovo convocata a rapporto. Porto quello che ho fatto, spiego perchè ho deciso di fare questo e non quello che mi era stato prescritto, illustro le mie ragioni e... mah... mi viene anche data ragione. Non dico i complimenti, che se me li sentissi fare credo che diffiderei, in questo caso. Di fronte ad un foglio che mostra i miei dati il prof. F. mi ripete che è fatto bene, e sembra non fidarsi sulle prime del fatto che l'abbia fatto tutto da sola.
Due giorni prima, alla domanda se avessi mai fatto la tal cosa da sola, avevo risposto di no. Lui sembrava incoraggiarmi ad arrangiarmi, nonostante mi fosse stato ripetuto più volte che la procedura era delicatissima e che prima di azzardarmi a fare da sola sarebbe stato bene che qualcuno mi spiegasse nei dettagli, nonostante tutte le paranoie sulla costosità e delicatezza dello strumento.
Mi avete detto che posso farlo? Io l'ho fatto.
Credo di aver perso un chilo solo questa settimana, più diverse ore di sonno e qualche anno di vita.
Ma sono ancora in piedi, credo.
Sì, non lo nego.
Mi mancano i blog chiusi, quelli privatizzati che leggevo senza mai commentare, ai cui proprietari non oso ora chiedere l'ingresso.
Mi mancano ancora di più perchè non solo non so che ne è di loro adesso, cosa fanno di bello, come la pensano, che progetti hanno, anche semplicemente come stanno.
Mi manca anche tutto il passato, i post che mi avevano fatto ridere fino al singhiozzo, quelli che mi avevano commossa, quelli ai quali avevo risposto di istinto, mi mancano certe frasi, certe discussioni, certe battute.
E tutto il passato è chiuso adesso in un non-luogo di cui io non ho naturalmente la chiave. Quindi non posso nemmeno tornarci sopra come si torna sopra alle vecchie foto che sul momento nemmeno ti piacevano, ma sulle quali ora ti consumi gli occhi.
Niente. Ho solo la mia labile memoria, non un indirizzo a cui spedire una cartolina, non un numero di telefono, nulla.
Mi dispiace, ecco. E mi mancano.